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In Tanzania, di fronte a me il Malawi



Il viaggio per arrivare a Matema, sulle sponde del lago Nyasa (quello forse conosciuto ai più con il nome di Lago Malawi), è stato epico ma anche glorioso.
La partenza è fissata alle 7 del mattino, prima del solito rispetto gli orari mattinieri dei bus tanzani.
Come al solito è richiesta la presenza in stazione almeno 1 ora prima così, come ormai faccio da un mese da questa parte, preparo accuratamente lo zaino la sera prima assicurandomi di non perdere altri pezzi, sistemo sulla sedia della camera la maglietta ed i pantaloni per la mattina dopo, la felpa e la sciarpa da mettere in testa e da slegare al momento giusto. Quando la polvere delle strate sterrate comincia ad entrare nel bus anche a finestrini chiusi.
La verità è che gli autobus in Tanzania non partono mai in tempo. A volte partono ore dopo perchè non ancora riempito. Io lo so. Ma la puntualità che è sempre stato il mio punto forte e che a volte credo cozzi con il mio disordine cronico mi fa rispettare i tempi facendomi arrivare anzi in anticipo perchè non ho mai smesso di essere una ansiosa da pre-partenza.

Mi sono bastati un aereo in Belgio e poi un bus in Nuova Zelanda perduti per esasperare la mia puntualità in fatto di partenze.

Arrivo alla stazione di Mbeya puntuale. Ma capire dove andare è sempre parte del gioco. “Matema? Matema?” chiedo a tutti.

Incrocio uno sguardo che conosco, è il rasta che ho conosciuto il giorno che sono arrivata a Mbeya da Tunduru, prende il mio zaino e mi accompagna allo spiazzale dove non si sa quando arriverà il bus che devo prendere.
Gli offro metà della mia colazione, degli snacks comprati dai venditori ambulanti, quei pesanti quadrati di qualcosa fritto a metà tra il pane e impasto dolce.
Si assicura che l’autista mi tenga d’occhio e si prenda cura di me, fa in modo che sia la prima a prendere il posto sul bus, così posso scegliere il sedile più comodo.
Prendo il primo accanto al finestrino e davanti all’ingresso del mezzo così che possa tenere lo zainetto con il computer e le mie poche cose di valore tra le gambe senza sacrificarle negli stretti sedili, e poterle stendere di tanto in tanto.

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Nel mentre comincia a salire gente. Chi con galline. Chi con fasci di legna. Bambini tenuti sulla schiena ed avvolti da scialli colorati.

Due ore dopo il bus continua a riempirsi. I sedili vanno via occupandosi e 3 ore dopo chi sale non ha altra scelta che rimanere in piedi.

“A che ora partiamo?”

Non capiscono. Con le mani indico il “bus” – dico “Mbeya”, gesto delle mani per indicare movimento e poi dico “Matema” – infine indico l’orologio.
Alzo le braccia e chiedo “When?”

Alle 6. Le dita di tutti dicono. Che con orario tanzano significa a mezzogiorno.
Sono dalle 7 del mattino in stazione e candidamente mi informano dopo un discorso fatto di gesti che la partenza in verità non è veramente fissata.

A mezzogiorno partiamo come, più o meno, da programma dell’ultimo momento ed in seguito alla lunga attesa fatta passare mangiando banane e leggendo un libro.

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L’arrivo a Lago Nyasa, sebbene abbia impiegato le solite 8 ore, è stato probabilmente il più bel viaggio in bus fatto sin dal mio arrivo in Tanzania.
Partiti da 1700 metri abbiamo attraversato campi di grano colorati che mi hanno ricordato la Toscana di casa nostra, ma meno perfetta, eppure colorata di quelle adorabili imperfezioni africane in con intravedo da lontano ardui lavoratori con zappe che sembrano puntini neri in sterminate montagne e colline gialle e verdi.

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Belle uguali ma in maniera differente.  Improvvisamente accade che i campi assumano un certo ordine geometrico, cosa a cui qui non ero più abituata. E’ strano l’ordine in un Paese apparentemente tanto disordinato e caotico.

Man mano che scendiamo di altitudine i campi di grano diventano campi di te, poi di cavoli e improvvisamente il freddo fa posto al caldo, che sento in toto visto il finestrino rotto che a basse temperature cerco di tappare con la tendina.
E i campi gialli e verdi lasciano spazio a campi infiniti di banane e di cacao, frutto che non avevo mai visto prima e che ho scoperto crescere pure sui tronchi.

Camion con banane ci sorpassano, le strade sono piene di venditori che come unico bene da vendere hanno caschi grossissimi di banane ancora verdi che probabilmente verranno distribuite in tutto il Paese.

Poi accade quello che ho aspettato per tanto tempo e dopo settimane di faticoso viaggio passando da un autobus scassato a uno ancora peggio e strade interrotte, dissestate e polverose.

Al passaggio del bus le persone sulla strada sorridono e salutano. Tutti.
Vedo due bambini piccoli piccoli, con la maglietta ma senza pantaloncini e senza scarpette correre come dei matti, le faccie impegnate nella corsa mostrano lo sforzo, che agitando la mano salutando cercando di stare al passo con il bus… il polverone che si alza al passaggio delle grosse ruote li ricopre e gridano qualcosa che non capisco, ma ridono e salutano come se avessero atteso l’intera giornata per quel momento.

Arrivo a Matema, che mi ricorda Omorate (nella Omo Valley), probabilmente il mio villaggio preferito nella regione etiope.
Manine di bambini che mi sfiorano e che cercano un minimo contatto, bambini attratti dalla macchina fotografica che si esibiscono in balletti e tuffi nel lago.
Un minuscolo villaggio sulle sponde del lago che sembra più un mare e che separa la Tanzania dal Malawi, circondato da banani, piante di cacao e gente che si fa il bagno sulle rive del fiume insaponandosi dalla testa ai pieni.

Ho trovato il mio angolo, il più piccolo e lontano tra tutti, circondata da minuscoli angeli neri il cui sorriso mi fa credere che lo sforzo fatto ne sia valsa la pena.

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5 giorni dopo…

Dura dire addio, so che raramente sono degli arrivederci, ad un luogo soprattutto quando credo di aver raggiunto un angolo remoto e lontano in cui la gente, che di suo è particolarmente cordiale in questo Paese, lo sia ancora di più.

Altra sveglia alle 4 del mattino per tornare a Mbeya e con fortuna prendere una coincidenza per Iringa.
Ed il cammino vira di nuovo e lentamente mi dirigo verso la costa nord orientale.

Questa mano bianca (sporca ed impolverata) si allontana progressivamente dalla piccola e morbida manina nera del lago Nyasa. Di fronte a noi, il Malawi.


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Giulia Raciti
About me

Viaggio e racconto il mondo a modo mio, aiuto gli altri a scoprire gli angoli più belli e remoti del mondo, sono una ex impiegata, una ex copywriter, una ex professional travel blogger. Poi, sono cambiata e, forse, sono cresciuta. Un pò.

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