Lettere dall’Etiopia – Il Vino ed il Miele

Addis Abeba 25 Ottobre 2014

Guadagnare a fiducia delle persone con cui vuoi parlare è importante come è importante rispettarne la privacy.
Con la macchina fotografica al collo alla ricerca di volti e persone da fotografare non ci riesco.
Così l’ho messa in borsa e mi sono fatta accompagnare da Nurogen in un posto molto particolare, gliel’ho chiesto io ed ho insistito affinchè mi portasse in quello che, ancora non sapevo, è luogo primario in cui gli etiopi socializzano e passano le loro giornate.

Entro in un bar scuro e pieno di uomini, fuori c’è il sole e una di fila chilometrica per il taxi collettivo, tra le tante facce nere mi colpiscono due ragazze bionde. Non so perchè.
O forse lo so. Qui è così difficile trovare altri bianchi e/o biondi che non possono che risaltare.

Al mio ingresso sento centinaia di occhi addosso. Mi siedo. Ma mi sento un pò fuori posto. Non solo solo l’unica non etiope ma anche l’unica donna, e ho la forte sensazione che non vogliano che sia lì, che stia violando un luogo intimo in cui i turisti non sono mai entrati e, forse, non dovrebbero.

Nonostante il non sentirmi a mio agio, mi accomodo vicino a un vecchietto che beve da una ampolla di vetro vino mischiato a miele, costa poco, 2,5 birr (10 centesimi), e viene riempita immediatamente non appena finisce e versata da una enorme teiera. Si chiama Tej Bet.

TEj BEt

Tutto mi appare surreale, eppure mi sento la persona sbagliata nel posto giusto.
Raggi di luce entrano dalla porta adagiata e dagli spazi sottili tra la porta e le lamiere che fanno da tetto, quel luogo scuro e stranamente silenzioso, ha un qualcosa di mistico e profano allo stesso tempo.

La macchina fotografica è riposta in borsa, mi rendo conto di essere entrata in un momento di vita intimo e regolare dell’uomo etiope, è giusto che mi guardino con sospetto, giusto che non mi vogliano.
Così nonostante anche a me sia stata riempita una ampolla di Tej Bet, decido di non berla.

Sono una turista, entrata a gran sorpresa in un Tej Bet bar e non sono voluta, il mio istinto mi dice di lasciarlo sul tavolo e guardare in silenzio senza dire una parola.
Fino a quando…
Fino a quando il vecchietto accanto a me finisce il suo drink, e, prima che il ragazzo con la teiera gli versi il prossimo, gli cedo il mio, senza dire una parola.

Gli sorrido. Mi sorride.
Guardo dritto negli occhi un ragazzo seduto di fronte a me, e scandendo lentamente le parole e gesticolando gli chiedo “Quanti ne hai già bevuti? 2,3?”
Ride. Anzi, ridono, lui e gli amici.

amici bar

Con un gesto semplice, quello del dono, il muro che fino a quel momento sembrava troppo alto per essere scavalcato, improvvisamente si abbassa e tutti cominciano a parlarmi e succede l’inaspettato.
Si mettono in posa e, gesticolando facendo il gesto della macchina fotografica ed indicandosi,  mi chiedono: ci fai delle foto? E brindano alla mia salute. 

cin cin-001

Detto fatto. Queste oggi sono per voi. Domani, per loro, le stamperò e tornerò al Tej Bet (la casa del vino e miele) e gliele regalerò.
Ma le sorprese non finiscono qui.
Dopo un servizio fotografico divertente, i miei nuovi amici mi chiedono di accomodarmi al tavolo sedendomi un posto molto speciale.
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E’ la festa dell’Arcangelo Michele, una festa importante qui in Etiopia e pertanto anche se si è in un bar dove vengono serviti solo alcolici si deve celebrare, con tanto di preghiera.
30 minuti appassionati in cui sacro e profano si sono congiunti splendidamente.
Candele e pane spezzato, preghiere e canti, erba distribuita sul tavolo e per terra, un grande quadro dell’Arcangelo viene appeso al muro.
Le mani me le riempiono di ceci.

Nel mentre mi accorgo che sono loro a fare foto a me. Superstar!

cellulare-001

A preghiera terminata si torna a bere e chiacchierare come 2 ore prima, quando misi per la prima volta piede in quel luogo bizzarro.
Africa nell’immaginario collettivo significa povertà. In fin dei conti non si è lontani dalla verità.

L’africa è povera, non bisogna andare tanto lontani dall’uscio dell’hotel per rendersene conto.
A terra, sporchi e con vestiti stracciati bambini, uomini e donne, che tendono una mano a faranji e locali nella speranza di ricevere una moneta.
Un insegnante guadagna 100$ al mese, eppure tira avanti.

Questo stesso insegnante non saprà mai cosa c’è fuori dalla sua città, immaginiamoci fuori dal suo Paese, ma credo per loro non sia neanche una necessità.
Nell’incontro con queste persone una cosa però mi è divenuta chiara.

Il sol fatto di avermi potuto stringere la mano, stentato in inglese maccheronico “My Name Is” , è stato motivo sufficiente per sentirsi privilegiati. E credo sia questo l’approccio che si dovrebbe tenere quando si viaggia, in particolare in questi Paesi.

Non fare di queste persone dei demoni, tanto meno dei poveri da aiutare con qualche monetina per mettersi il cuore in pace.
L’aiuto che mi è stato chiesto, sebbene indirettamente, è quello di aprirli al mondo tramite una stretta di mano, un sorriso, a volte anche un abbraccio.
Perché quando torno in un posto dove sono già stata anche se solo per 10 minuti, l’africano non dimentica la mia faccia (mia ha studiato ben benino la prima volta), e la prima cosa che farà sarà aprire le braccia in senso di saluto e darmi il tavolo d’eccellenza.
Sono un faranji, ed in quanto tale, a me il miglior posto.

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3 giorni dopo con un blocco di foto stampate presso uno dei numerosi fotografi di Addis Abeba ritorno al bar, stessa gente e stesso ambiente.
Al mio ingresso si sono tutti alzati e hanno fatto spazio sulla panca perchè mi sedessi, abbracciandomi e sgomitando pur di avermi accanto.
Cerco uno a uno i soggetti del servizio fotografico e gli regalo le foto con una dedica dietro.
Perchè, poi questo l’ho capito con il tempo, un ricordo su carta per loro vale più di un dollaro elemosinato.

 

Tutte le foto le ho scattate dopo più di un’ora in silenzio seduta tra queste persone e solo dopo loro approvazione, inizialmente richiesta solo per le ampolle. 

Giulia Raciti

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